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L’annuncio del direttore CNT Cardillo all’apertura degli Stati generali dei trapianti. È il secondo ‘scambio’ tra il nostro Paese e quello iberico. Ad oggi, grazie a 20 catene crossover, la Rete nazionale ha realizzato 55 trapianti, con il coinvolgimento di 41 coppie donatore/ricevente e 8 donatori samaritani.

Per la seconda volta Italia e Spagna si sono “scambiate” due reni per un trapianto. Lo ha annunciato il direttore generale del Centro nazionale trapianti Massimo Cardillo inaugurando a Roma gli Stati generali della Rete trapiantologica nazionale, che vedono la partecipazione di oltre 500 operatori del settore.

CROSSOVER TRA PADOVA E BARCELLONA
Dopo il primo successo dell’agosto 2018, lo scorso 22 ottobre è stata realizzata una nuova catena di donazione e trapianto “crossover”: una donna spagnola ha donato un rene a un paziente italiano, mentre la moglie di quest’ultimo, immunologicamente incompatibile con suo marito, ha “restituito” l’organo donandolo al figlio della prima donatore, in attesa di trapianto. Teatro dei due interventi il Centro trapianti di rene e pancreas dell’Azienda ospedaliero-universitaria di Padova, diretto dal prof. Paolo Rigotti, e l’Unità di trapianto renale della Fondazione Puigvert dell’Università di Barcellona. L’intervento è stato realizzato dalla professoressa Lucrezia Furian. Entrambi i pazienti e i loro rispettivi donatori sono già tornati a casa.

La donazione incrociata è stata realizzata grazie alla South Alliance for Transplant (SAT), un accordo internazionale che vede coinvolti Italia, Spagna, Francia e Portogallo per individuare programmi comuni di cooperazione con l’obiettivo di incrementare le risposte ai pazienti in attesa di ricevere un trapianto.

GLI ORGANI HANNO VIAGGIATO SU UN VOLO DI LINEA
Grazie al complesso lavoro organizzativo del CNT e del Centro regionale trapianti del Veneto, diretto dal dott. Giuseppe Feltrin, per la prima volta lo scambio degli organi è avvenuto in simultanea e utilizzando un volo di linea. Il rene del donatore spagnolo è arrivato all’aeroporto di Venezia a bordo di un velivolo della compagnia Vueling, che ha ospitato il contenitore isotermico nella cabina di pilotaggio: all’atterraggio gli operatori del 118 di Padova, coordinato dal dott. Andrea Spagna, hanno preso in consegna l’organo e hanno affidato all’equipaggio il rene del donatore italiano, che è decollato mezz’ora dopo alla volta di Barcellona. Lo scambio era stato inizialmente programmato per la settimana precedente ma le manifestazioni che hanno bloccato lo scalo catalano avevano convinto il Centro nazionale trapianti e l’Organizacion nacional de trasplantes iberica a sospendere la procedura in attesa del ripristino delle migliori condizioni di sicurezza per il trasporto degli organi.

A FINE OTTOBRE ALTRE DUE CATENE IN MODALITÀ DECK
Sempre a fine ottobre, inoltre, si sono concluse con successo le prime due catene su scala nazionale di trapianti in modalità DECK, ovvero una serie di scambi crossover innescati però non da un donatore vivente ma da un deceduto. Grazie alla donazione di due reni prelevati da un uomo deceduto in Lombardia, sono stati realizzati ben sei trapianti nei centri di Padova, Milano San Raffaele, Bergamo, Brescia e Roma Tor Vergata. Il protocollo DECK è un’idea tutta italiana, nata lo scorso anno grazie a una sperimentazione del Centro trapianti di rene di Padova.

Ad oggi, grazie a 20 catene crossover, la Rete nazionale ha realizzato 55 trapianti, con il coinvolgimento di 41 coppie donatore/ricevente e 8 donatori samaritani.


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Due trapianti di rene crociato tra due coppie incompatibili sono stati eseguiti con successo, grazie a una tecnica che “ripulisce” il sangue del ricevente ed evita il rigetto dell’organo.

La tecnica, che prevede nel trapianto crociato la contemporanea desensibilizzazione di un donatore di rene con gruppo AB0 incompatibile, è stata impiegata per la prima volta in Italia dalle equipe del Policlinico Gemelli e dell’Ospedale San Camillo.

La complessa e riuscita operazione anche grazie al coordinamento con il Centro Regionale Trapianti del Lazio e Ares 118. Il trapianto di rene da donatore vivente è oggi la migliore cura per un paziente con insufficienza renale terminale. Tuttavia, quando una persona vuole donare l’organo, a volte non è possibile fare il trapianto perché la coppia è incompatibile: a causa della presenza di anticorpi contro le caratteristiche genetiche del donatore o a causa della presenza di anticorpi contro il gruppo sanguigno del donatore.

«Per risolvere queste incompatibilità abbiamo a disposizione due tecniche: il trapianto crociato e il trapianto con desensibilizzazione ABO», spiegano Franco Citterio, a capo dell’equipe chirurgica dell’Unità Operativa Trapianti di rene del Gemelli, e Massimo Iappelli, alla guida dell’equipe chirurgica del Dipartimento Interaziendale Trapianti del San Camillo, che hanno eseguito l’operazione salvavita. «Abbiamo per la prima volta in Italia, abbinato due diverse tecniche per risolvere una complessa rete di incompatibilità. Sinora erano state considerate alternative e non complementari». A due mesi dall’intervento donatori e riceventi godono di ottima salute.

ANSA


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Si tratta di una bambina di due anni e mezzo, nata con un solo rene, il sinistro, perché il destro non si è mai sviluppato. Purtroppo anche il rene sinistro presentava un’anomalia congenita all’uretere, il condotto che unisce e trasporta l’urina dal  rene alla vescica. Ora l’urina passa regolarmente dal rene alla vescica attraverso l’appendice. L’intervento rivoluzionario è stato effettuato presso l’Urologia pediatrica dell’ospedale Infantile Regina Margherita della Città della Salute

Per la prima volta è stato sostituito l’uretere con l’appendice ad una piccola bimba nata con un rene solo, per di più affetto da una grave e rarissima anomalia congenita. Ora l’urina passa regolarmente dal rene alla vescica attraverso l’appendice. L’intervento rivoluzionario è stato effettuato presso l’Urologia pediatrica dell’ospedale Infantile Regina Margherita della Città della Salute di Torino.

Si tratta di una bambina di due anni e mezzo, nata con un solo rene, il sinistro, perché il destro non si è mai sviluppato. Purtroppo anche il rene sinistro presentava un’anomalia congenita all’uretere, il condotto che unisce e trasporta l’urina dal  rene alla vescica. Per questo motivo la bambina è stata sottoposta ripetutamente in un altro ospedale italiano ad interventi per correggere questa anomalia.  Gli interventi non hanno avuto successo e l’uretere è andato incontro ad un processo di atresia completa, cioè si è ridotto ad un sottile cordone fibroso.

Quando la bambina è giunta all’ospedale Infantile Regina Margherita di Torino, il suo unico rene era drenato da un tubo che portava l’urina all’esterno del corpo e da cui dipendeva la sopravvivenza della bambina. Una ostruzione del tubo o, peggio ancora, una sua accidentale dislocazione o rimozione, avrebbero avuto come conseguenza immediata lo sviluppo di una insufficienza renale acuta.

Il problema era quindi di sostituire l’uretere mancante. Ma in questo caso l’uretere mancante era a sinistra, rendendo più difficile pensare di sostituirlo con un viscere localizzato sul lato destro. I precedenti tentativi di sostituzione dell’uretere sinistro con l’appendice non sono più di due o tre al mondo e si tratta, comunque, di casi di sostituzione parziale.

Nel corso dell’intervento, effettuato da Emilio Merlini (Direttore di Urologia Pediatrica della dell’ospedale Regina Margherita di Torino), è stato possibile isolare l’appendice insieme ad un piccolo tratto di parete dell’intestino cieco e trasportarla dal lato destro, facendola passare al di sotto del mesentere del colon discendente sino al lato sinistro della bambina. L’appendice, fortunatamente, era lunga e dritta, per cui si è riusciti a collegarla al bacinetto del rene da un lato ed ad attaccarla alla vescica, in basso, coprendo la distanza tra il rene e la vescica e sostituendo, così, tutto l’uretere mancante. Il postoperatorio è stato privo di complicanze ed il controllo radiografico predimissioni ha consentito di visualizzare un normale passaggio dell’urina dal rene alla vescica.

La bambina è ritornata a casa, dove si sta riabituando ad una vita normale, senza l’incubo di essere collegata al tubo esterno che ne garantiva la sopravvivenza.


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L’intervento è avvenuto all’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino e si è reso possibile grazie all’uso della chirurgia robotica. Una tecnica che è risultata “fondamentale in questa particolare situazione con un rene in posizione anomala a stretto contatto con l’utero e con una vascolarizzazione complessa”, hanno spiegato i sanitari.

Tutto inizia con la decisione di una paziente di 45 anni delle Molinette di Torino, portatrice di rene ectopico pelvico, una rara anomalia congenita che può portare a dolore cronico ingravescente ed infezioni necessitanti l’intervento chirurgico di rimozione, di rimuovere l’organo. Una volta proceduto all’intervento di rimozione del rene, comunque ben funzionante ma destinato allo scarto, l’equipe ha lasciato aperta una piccola possibilità di trapiantarlo in un’altra persona in dialisi che avesse delle caratteristiche tali da poter tentare l’intervento.

Questa soluzione era sperata da tutti e per prima anche dalla signora, sottolinea una nota delle Molinette, che voleva così dare in questo gesto generoso un senso a tutte le sue precedenti sofferenze. Nella reportistica mondiale è la prima volta che viene utilizzata la chirurgia robotica a fronte di una situazione anatomica vascolare estremamente più complessa.

La sequenza di interventi si è consumata lunedì in una staffetta chirurgica, dove solo al termine del primo intervento e della valutazione “su banco” del rene si è potuto pensare di utilizzarlo per un trapianto.

La nefrectomia è stata eseguita con tecnica robotica dal professor Paolo Gontero (Direttore dell’Urologia universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino), insieme al dottor Alessandro Greco ed agli anestesisti Alessandra Davi ed Elisabetta Cerutti.

Come spiega Paolo Gontero “la chirurgia robotica è stata fondamentale in questa particolare situazione di un rene in posizione anomala a stretto contatto con l’utero e con una vascolarizzazione complessa. L’aiuto del robot ha permesso l’accuratezza chirurgica necessaria in un intervento così delicato. Il robot Da Vinci di ultima generazione in dotazione presso la Città della Salute viene correntemente utilizzato in campo urologico per interventi oncologici su prostata, rene e vescica”.

Il dottor Maurizio Merlo (Direttore della Chirurgia Vascolare ospedaliera delle Molinette), che insieme al dottor Aldo Verri ed agli anestesisti Antonella Marzullo e Luisella Panealbo (dell’équipe dottor Pier Paolo Donadio) ha eseguito la ricostruzione vascolare del rene ed effettuato la fase vascolare del trapianto, sottolinea come “si sia trattato di un rene con una complessità di arterie mai presentata prima d’ora per un trapianto nella trentennale tradizione della Chirurgia Vascolare ospedaliera delle Molinette, abituata ad operare su tutti i distretti vascolari anche in condizioni sia di estrema urgenza che di difficoltà. Tale esperienza maturata in decenni di attività ha consentito di risolvere anche questa situazione permettendo il trapianto di questo rene”.

La fase successiva è poi stata eseguita dai dottori Omid Sedigh ed Andrea Bosio, urologi, che hanno ricostruito la complessa via urinaria del rene, anch’essa anomala, insieme a quella del ricevente.

Il trapianto è tecnicamente riuscito ed il paziente di 51 anni, sganciato dalla dialisi, è in costante miglioramento, ricoverato presso la terapia semi-intensiva della Nefrologia universitaria e seguito dall’équipe nefrologica diretta dal professor Luigi Biancone.

Ci tiene a sottolineare Biancone, responsabile del programma di trapianto renale delle Molinette, come ”due situazioni di sofferenza e di calvario sono state trasformate entrambe in lieto fine, grazie alla generosità della signora ed all’esperienza pluridisciplinare del trapianto renale di  Torino che si è dimostrata ancora una volta vincente”.


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Sono sei i pazienti della Regione Lazio trapiantati da un’equipe multidisciplinare del Policlinico Gemelli che hanno ricevuto un rene da donatore vivente grazie ad una tecnica “made in Japan” che consiste nel ‘ripulire’ il sangue del paziente che riceve l’organo dagli anticorpi contro il gruppo sanguigno del donatore evitando il rigetto.

Grazie a una tecnica all’avanguardia, ‘made’ in Japan, e utilizzata a oggi solo in pochi centri in Italia, sono già sei i pazienti laziali che hanno ricevuto un rene da un donatore vivente con gruppo sanguigno incompatibile. L’incompatibilità del gruppo sanguigno (da sempre considerata una barriera alla possibilità di effettuare un trapianto di rene) viene bypassata ‘ripulendo’ il sangue del paziente che riceve l’organo così da eliminare gli anticorpi contro il sangue del donatore.

Gli interventi sono stati effettuati dall’equipe chirurgica della sezione Trapianti di Rene dell’Unità Operativa Trapianti di Rene, diretta dal Franco Citterio, mentre il prelievo del rene è stato effettuato con procedura laparoscopica dal Jacopo Romagnoli.

Determinante per il successo di questo tipo di trapianto è stata la stretta collaborazione con l’Unità Operativa Complessa di Emotrasfusione diretta da Gina Zini e con il laboratorio di Istocompatibilità del Centro Regionale Trapianti diretto di Antonina Piazza.

Trapianto di rene
Nel Lazio lo scorso anno sono stati eseguiti con ottimi risultati 42 trapianti da donatore vivente, il 15,4 % di questo tipo di trapianti effettuati in Italia.La tecnica consiste nel filtrare il sangue dei pazienti riceventi (prima del trapianto) in speciali filtri di ‘plasmaferesi’ per rimuovere gli anticorpi antigruppo presenti.

Sono stati i chirurghi giapponesi i primi al mondo a effettuare trapianti con incompatibilità del gruppo sanguigno, mettendo a punto la tecnica. Da qualche anno alcuni centri italiani del Nord-Italia hanno iniziato a seguire l’esempio giapponese e americano, effettuando con successo il trapianto tra coppie donatore – ricevente con gruppo sanguigno AB0 incompatibile.

Ora questa procedura è possibile anche nel Lazio presso la Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli di Roma. I primi sei pazienti trapiantati presso l’Unità Operativa trapianti di rene del Policlinico Gemelli stanno bene e presentano un’ottima funzione renale.

“Questa positiva esperienza – ha detto Citterio – consente di superare uno degli ostacoli al trapianto di rene da donatore vivente e permetterà anche nel Lazio di poter curare meglio i nostri pazienti con insufficienza renale cronica. Per l’anno in corso ci sono già quattro pazienti in studio”.


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