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Dopo un infarto il 60% dei pazienti rifiuta la riabilitazione per il cuore, ma dal Tai Chi può arrivare un aiuto. I movimenti lenti e gentili di questa disciplina la rendono promettente come alternativa di esercizio.

E’ quanto emerge da una ricerca guidata dalla Warren Alpert School of Medicine della Brown University, pubblicata sul Journal of the American Heart Association.

Gli studiosi hanno preso in esame 29 persone con problemi cardiaci non attive fisicamente (otto donne e ventuno uomini, di un’età media di 67 anni). Sebbene la maggioranza avesse sperimentato un infarto o una procedura di sblocco di un’arteria bloccata avevano tutti rifiutato la riabilitazione cardiaca e continuavano ad avere molti comportamenti a rischio, come fumo o colesterolo alto.

Sono stati sperimentati due programmi di Tai Chi, uno più corto e uno dalla durata più lunga.

Dai risultati è emerso che questa disciplina era sicura e senza effetti collaterali particolari, risultava gradita ai partecipanti (il 100 per cento l’avrebbe raccomandata a un amico) e in coloro che avevano seguito il programma nella versione più lunga portava anche un aumento dell’attività fisica settimanale da moderata a vigorosa.

«Da solo il Tai Chi non sostituirà ovviamente altri componenti della riabilitazione cardiaca tradizionale, come l’informazione sui fattori di rischio, la dieta e l’aderenza alla terapia – evidenzia Elena Salmoirago-Blotcher, autrice principale della ricerca – se si dimostrerà efficace in studi più ampi, potrebbe essere possibile offrirlo come opzione di esercizio all’interno di un centro di riabilitazione come soluzione ponte verso un esercizio più faticoso».

ANSA


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