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Mantenere costante l’orario della giornata in cui ci si allena, indipendentemente dal fatto che si tratti di mattina, pomeriggio o sera. È questo uno dei segreti per mantenere la perdita di peso secondo uno studio della Brown Alpert Medical School.

Lo studio è stato condotto su 375 adulti, che hanno mantenuto con successo la perdita di peso e che si impegnavano in attività fisica a livello moderato-intenso: la maggior parte ha riferito costanza nel momento della giornata dedicato all’esercizio fisico, con la mattina presto che risultava il momento più comunemente destinato a questo impegno.

Lo studio ha anche evidenziato che essere coerenti e costanti nei tempi dell’attività fisica era associato anche a livelli di allenamento più elevati. “I nostri risultati – spiega Dale Bond, autore senior dello studio – giustificano la ricerca sperimentale futura per determinare se promuovere la costanza nel momento della giornata in cui l’attività fisica pianificata e strutturata viene eseguita possa aiutare le persone a raggiungere e sostenere livelli più alti di allenamento. Sarà anche importante stabilire se c’è un momento della giornata specifico che è più vantaggioso per le persone che hanno iniziali bassi livelli di attività fisica perché sviluppino un’abitudine ad allenarsi”.


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Dai 60 anni in poi il cervello perde annualmente circa lo 0,2 per cento del suo volume. Un buon modo per contrastare questa perdita è quello di svolgere una leggera attività fisica quotidiana, come 19 minuti di camminata.

Il volume del cervello diminuisce dello 0,2% circa ogni anno partire dai 60 anni. Un restringimento eccessivo è legato a problemi cognitivi. E una leggera attività fisica potrebbe avere effetti benefici su questo processo. L’evidenza emerge da uno studio condotto da un team della Boston University School of Medicine guidato da Nicole Spartano.

Lo studio

Lo studio è stato condotto su 2.354 volontari di mezza età ,che sono stati sottoposti a diversi livelli e frequenza di attività fisica. I ricercatori hanno allora osservato che ogni ora di leggera attività fisica in più era associata ad un aumento del volume cerebrale superiore dello 0,22%. Un’attività fisica d’intensità moderata, come camminare a passo sostenuto, svolta per 19 minuti al giorno, era invece associata ad un volume cerebrale maggiore dello 0,29% rispetto a coloro che svolgevano in media un’attività per meno di 10 minuti al giorno.

Una differenza del volume cerebrale è stata riscontrata anche rispetto al numero di passi: i partecipanti che effettuavano almeno 7.500 passi al giorno presentavano volumi cerebrali maggiori di coloro che avevano una media inferiore a 7.500. I livelli di esercizio fisico dello studio sono inferiori a quelli che, secondo le linee guida, possono apportare sostanziali benefici per la salute. Gli adulti dovrebbero puntare ad almeno 150 minuti a settimana, quindi circa 21 minuti al giorno, di attività fisica d’intensità moderata, oppure 75 minuti a settimana di esercizio fisico vigoroso, e almeno 10.000 passi al giorno.

I partecipanti hanno indossato un piccolo accelerometro per un periodo variabile dai 3 agli 8 giorni. In questo modo sono stati misurati il dispendio energetico e il numero di passi. Il volume del cervello è stato valutato usando la risonanza magnetica. Secondo le stime dei ricercatori, ogni ora aggiuntiva di attività fisica di lieve intensità sarebbe associata a circa 1,1 anni d’invecchiamento cerebrale in meno.

Fonte: AMA Network Open

Ankur Banerjee

(Versione italiana per Quotidiano Sanità/Popular Science)


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Fare attività fisica in gravidanza può abbreviare i tempi del travaglio di 50 minuti e renderlo più tranquillo. Benefici si hanno con esercizi regolari del pavimento pelvico, jogging e allenamento con i pesi.

E’ quanto emerge da uno studio guidato dall’Università Politecnica di Madrid, pubblicato sulla rivista European Journal of Obstetrics & Gynecology and Reproductive Biology.

Gli studiosi hanno monitorato 508 donne a partire dal primo trimestre di gravidanza. A metà di loro è stato assegnato il compito di fare tre allenamenti di un’ora a settimana a ritmo moderato, mentre alle altre è stato fornito solo un counseling prenatale. Oltre la metà delle partecipanti alla ricerca hanno partorito naturalmente, ed è stata osservata un’importante disparità tra coloro che si erano esercitate in maniera regolare e coloro che invece non lo avevano fatto.

Il gruppo che aveva fatto attività fisica aveva una durata totale media del travaglio di sette ore e mezza (450 minuti), mentre in chi aveva ricevuto solo il counseling prenatale occorrevano circa otto ore e mezza (500 minuti) prima della nascita del bimbo. Gli studiosi spiegano che è probabile le donne che sono fisicamente in forma abbiano muscoli più forti che le aiutano a sostenere il percorso che porta al parto, in particolare nella fase di spinta, per questo sperano che i risultati incoraggino a non temere l’esercizio fisico durante la gestazione tenuto conto anche del fatto che è fondamentale per prevenire complicazioni potenzialmente pericolose durante il travaglio.

ANSA


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Qualsiasi attività, anche leggera, fa bene a una certa età.

Mantenersi energici, anche con piccole faccende in casa come lavare i piatti, pulire le finestre o piegare il bucato per 30 minuti al giorno, può allungare la vita riducendo il rischio di mortalità del 12%, mentre (per chi ci riesce) un’attività da moderata a intensa per lo stesso periodo di tempo, come una passeggiata a passo veloce o un giro in bici a ritmo non esagerato, arriva a ridurre il rischio di mortalità del 39 per cento.

È quanto emerge da una ricerca guidata dalla University at Buffalo- The State University of New York, pubblicata sul Journal of the American Geriatrics Society.

Lo studio ha preso in esame i dati di 6321 donne, di età compresa tra i 63 e i 99 anni, che per un periodo tra i quattro e i sette giorni hanno indossato un accelerometro, un device in grado di monitorare i movimenti, che è stato appositamente “tarato” in laboratorio. Le donne sono state inoltre seguite per un periodo di tre anni focalizzando l’attenzione sulla mortalità.

I risultati hanno permesso di evidenziare che il rischio di mortalità diminuiva nelle partecipanti allo studio che si mantenevano attive (sia in maniera leggera che moderata o intensa) e ciò era valido sia per chi aveva meno di 80 anni che per chi li superava.

Il messaggio da portare a casa? «Fare qualcosa è meglio di niente, anche se a livelli consigliati di attività fisica inferiori alle linee guida», come spiega l’autore principale della ricerca Michael LaMonte.

ANSA


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Non importa quale sia la malattia, l’esercizio fisico può aiutare.

Mantenersi attivi si è rivelato efficace in 22 patologie croniche, che vanno dal diabete 2 all’Alzheimer, dall’osteoartrite fino ad alcune forme di tumore, migliorando equilibrio, forza fisica e capacità di svolgere le attività di tutti i giorni.

A evidenziarlo sono i risultati di un’ampia revisione di ricerche condotta dall’Università di Jyväskylä, in Finlandia, pubblicata sul British Journal of Sports Medicine. Gli studiosi hanno revisionato 85 studi, che coinvolgevano 22 differenti malattie croniche, escludendo quelli in cui il numero di partecipanti era inferiore a 100. Sono stati messi a confronto gli effetti dell’esercizio fisico con nessuna attività o l’erogazione di cure standard.

I risultati hanno permesso di evidenziare che l’esercizio aveva un effetto significativamente positivo sull’86 per cento degli indicatori di performance fisica e funzionale che in totale erano 146, inclusi quelli di valutazione della camminata, della forza corporea, dell’equilibrio e della capacità di portare a termine le attività quotidiane. L’esercizio aerobico o quello per migliorare la resistenza, oppure ancora una combinazione tra i due, offrivano risultati simili. Per circa il 20% degli indicatori, gli effetti osservati erano più ampi, nei restanti è stato osservato un effetto moderato.

ANSA


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Con alti livelli di attività fisica è possibile rallentare l’invecchiamento, perlomeno quello a livello cellulare, ‘guadagnando’ nove anni.

Il parametro per misurare questo sono i telomeri, estremità dei cromosomi, che fanno un po’ da orologio biologico e che si accorciano mano a mano che si invecchia: in chi fa movimento sono più lunghi rispetto a chi conduce una vita sedentaria o solo moderatamente attiva.

E’ quanto emerge da uno studio della Brigham Young University, pubblicato sulla rivista Preventive Medicine. Gli studiosi hanno preso in esame i dati relativi a 5823 adulti, che hanno preso parte a un’indagine denominata National Health and Nutrition Examination Survey, che includeva proprio la lunghezza dei telomeri tra i criteri di valutazione. Vi era poi un range di 62 attività nelle quali i partecipanti potevano indicare di essere stati coinvolti in un arco di 30 giorni, utilizzate dai ricercatori per valutare il livello di attività fisica. Ad esempio, 30 minuti per le donne e 40 per gli uomini di jogging cinque giorni a settimana sono stati considerati un’attività intensa.

Dai risultati è emerso che i telomeri più corti erano quelli di coloro che conducevano una vita sedentaria, ma non vi era molta differenza con chi faceva poca o moderata attività fisica. I partecipanti alla ricerca che erano molto attivi, invece, avevano telomeri con un vantaggio in termini di invecchiamento biologico di nove anni rispetto ai sedentari e di sette rispetto ai moderatamente attivi

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Lo stabilisce uno studio dell’Università della California di San Diego che ha preso in esame 1.500 donne della Women’s Health Initiative. Fare mezz’ora di attività fisica al giorno, protegge da questo invecchiamento precoce, anche chi trascorre gran parte della giornata seduto. Un invito ad iniziare lo sport da ragazzini e a continuare a praticarlo anche dopo gli 80 anni

Una maniera certa per invecchiare? Stare troppo seduti e dedicare troppo poco tempo all’attività fisica. E’ il messaggio che arriva da uno studio della University of CaliforniaSan DiegoSchool of Medicine, pubblicato su American Journal of Epidemiology.

I risultati dello studio non lasciano adito a dubbi: le donne anziane che trascorrono più di 10 ore della loro giornata sedute e che fanno pochissima attività fisica presentano cellule che sono di ben 8 anni più ‘vecchie’ da un punto di vista biologico, rispetto alle coetanee più attive.

Il problema risiede nei loro telomeri, che come parte del normale processo di invecchiamento, si accorciano e si sfilacciano; ma nelle persone dedite ad attività poco salutari quali il fumo o nei soggetti obesi questo processo subisce un’accelerazione. E non è un bene perché oltre che all’invecchiamento, l’accorciamento dei telomeri correla con le malattie cardiovascolari, con il diabete e con la maggior parte dei tumori.

“La nostra ricerca ha dimostrato – spiega il primo autore dello studio Aladdin Shadyab, Department of Family Medicine and Public Health presso la UC San Diego School of Medicine – che le cellule invecchiano precocemente se si conduce una vita sedentaria ed è noto da tempo che l’età anagrafica non sempre va di pari passo con quella biologica”.

Lo studio ha coinvolto circa 1.500 donne di età compresa tra i 64 e i 95 anni, reclutate tra quelle che partecipano alla Women’s Health Initiative (WHI), uno studio longitudinale condotto negli Usa allo scopo di individuare le cause delle patologie croniche nelle donne in post-menopausa. Alle donne partecipanti allo studio californiano è stato chiesto di compilare dei questionari e di indossare un accelerometro (posizionato sull’anca destra) notte e giorno per una settimana, allo scopo di monitorare i loro movimenti.

“Questo ha consentito di scoprire che le donne che trascorrono molto tempo sedute, se fanno esercizio fisico almeno mezz’ora al giorno (che è quanto viene raccomandato dalle linee guida americane) non presentano questa accelerazione nell’accorciamento dei telomeri. Bisognerebbe dunque cominciare a fare attività fisica sin da giovani e proseguirla come componente normale della vita quotidiana per tutta la vita. Anche a 80 anni”.


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Iscriversi in palestra è uno dei propositi più “gettonati” per il nuovo anno, ma in molti casi dopo l’entusiasmo iniziale si finisce per non andarci più. Una delle ragioni per le quali continuare a insistere nell’attività fisica per tanti è così difficile potrebbe risiedere nel fatto che l’inattività è come un circolo vizioso: più si è inattivi più diminuisce il desiderio di muoversi, e il peso in eccesso accumulato magari durante le feste c’entra solo fino a un certo punto, contano di più alcuni meccanismi interni al cervello.

Emerge da una ricerca del National Institute of Diabetes and Digestive and Kidney Diseases, parte dei National Institutes of Health americani, pubblicata su Cell Metabolism. Dei topi sono stati divisi in due gruppi: uno nutrito con una dieta standard, l’altro con una dieta ricca di grassi per 18 settimane. A partire dalla seconda settimana, i topolini che avevano seguito una dieta non sana sono aumentati di peso e dalla quarta settimana hanno iniziato a muoversi di meno e più lentamente. I roditori hanno iniziato a muoversi meno già prima di mettere su la maggior parte del peso in eccesso e questo ha suggerito che i chili in più non erano responsabili del mancato movimento.

Da qui allora l’ipotesi, legata a quanto osservato su topi con il morbo di Parkinson, di possibili disfunzioni a livello cerebrale nel sistema della dopamina, collegata ad esempio al piacere e alla felicità.

Approfondendo, gli studiosi hanno così verificato che nei topi con peso in eccesso e inattivi vi era effettivamente deficit di un recettore della dopamina noto come D2. «Ci sono probabilmente altri fattori coinvolti, ma il deficit di D2 è sufficiente a spiegare la mancanza di attività» spiega Danielle Friend, prima autrice dello studio.

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