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L’intervento si è reso necessario a causa dell’infezione e delle lesioni provocate dalla ventilazione invasiva. Il trapianto rappresenta un modello clinico a livello internazionale

È stato portato a termine con successo il primo trapianto di trachea in Italia, il primo al mondo che viene effettuato su un paziente post Covid-19.

I danni conseguenti all’infezione Sars-Cov2 e alle tecniche di ventilazione invasiva che si sono rese necessarie durante la malattia, hanno provocato l’assottigliamento della trachea che impediva quasi completamente la respirazione, rendendo necessario effettuare l’intervento.

Il trapianto è stato eseguito lo scorso 2 marzo presso la Chirurgia Toracica dell’Azienda ospedaliero-universitaria Sant’Andrea, policlinico universitario della rete Sapienza e azienda di alta specializzazione della Regione Lazio. Il paziente, un uomo di 50 anni originario della Sicilia, immediatamente risvegliato è stato da subito in grado di respirare e parlare autonomamente; dopo un ricovero di tre settimane e un decorso post-operatorio regolare, ha ripreso la sua vita normale, tornando al suo lavoro e alla sua città.

L’importante traguardo è stato presentato nell’aula magna della Sapienza da parte dello staff medico della Chirurgia toracica diretta da Erino Rendina e in particolare dalla giovane chirurga Cecilia Menna, la trentacinquenne responsabile del Programma “Tracheal Replacement” del Sant’Andrea che ha condotto con il professor Rendina l’intervento in prima persona.

“Questo successo è motivo di soddisfazione per tutta la nostra comunità e rappresenta un’ulteriore conferma degli eccellenti risultati clinici della ricerca medica e scientifica prodotta dall’Ateneo, al servizio della salute della collettività – afferma la rettrice Antonella Polimeni – Il fatto poi che questo intervento veda in prima linea una giovane chirurga è un segnale forte di come le competenze femminili si possano affermare in ambiti professionali come quello chirurgico, tradizionalmente a quasi esclusivo appannaggio degli uomini”.

“Un risultato di elevata complessità organizzativa e clinico-assistenziale, frutto dell’esperienza e dello spirito di innovazione dei nostri chirurghi – commenta il direttore generale del Sant’Andrea Adriano Marcolongo – e della capacità di fare rete con altri centri italiani di eccellenza.”

L’intervento chirurgico, che ha coinvolto 5 operatori ed è durato circa 4 ore e mezza, è stato condotto con sofisticate tecniche di anestesia, che hanno permesso di non instituire la circolazione extracorporea. La trachea malata è stata rimossa nella sua totalità e successivamente è iniziata la delicata fase di ricostruzione che ha previsto la sua sostituzione con un segmento di aorta toracica criopreservata presso la Fondazione Banca dei Tessuti di Treviso e perfettamente adattabile alle dimensioni della via aerea del paziente.

“La patologia tracheale era estesa e severa e non poteva essere affrontata con le tecniche di ricostruzione, su cui pure abbiamo maturato una esperienza ventennale – spiega Erino Rendina – e l’unica opzione plausibile era la sostituzione dell’intera trachea con biomateriale”. “Una delle criticità maggiori nella sostituzione della trachea, tubo rigido e pervio – spiega Cecilia Menna – è il ripristino della sua rigidità: per questo abbiamo provveduto a inserire all’interno dell’aorta impiantata un cilindro di silicone, la cosiddetta protesi di Dumon, della lunghezza di 10 cm e ripristinato completamente la pervietà aerea, la respirazione, la fonazione e la deglutizione”.

Il paziente, immediatamente risvegliato e da subito in grado di respirare e parlare autonomamente, non ha necessitato di ricovero in terapia intensiva né di tracheotomia ed è stato trasferito direttamente nel reparto di Chirurgia Toracica. Sono state effettuate broncoscopie quotidiane per controllare il corretto posizionamento del cilindro di silicone e il buono stato di conservazione del graft aortico. Il suo decorso post-operatorio è stato regolare e, dopo tre settimane dall’intervento, il paziente è stato dimesso, senza la necessità di terapia immunosoppressiva, come avviene invece per gli altri trapianti d’organo, grazie alla scarsissima immunogenicità del graft aortico.


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È stata celebrata il 12 aprile (ricorrenza della morte di Giuseppe Moscati, il “santo medico” campano deceduto il 12 aprile del 1927), la terza Giornata nazionale per l’aderenza alle terapie, appuntamento quanto mai opportuno in un Paese come il nostro, dove ben sette pazienti su dieci, colpiti da una o più malattie croniche, per una serie di svariati motivi riducono, sbagliano o abbandonano l’assunzione dei farmaci loro prescritti.

Proprio a  fronte di questa realtà e della necessità di promuovere iniziative per contrastare un fenomeno preoccupante, ulteriormente aggravato dalla pandemia, il Comitato italiano per l’aderenza alla terapia (Ciat) che riunisce 20 società scientifiche e rappresentanti di pazienti, istituzioni e medici, farmacisti e infermieri, è impegnato a istituzionalizzare la giornata, progetto che il sottosegretario alla Salute Pierpaolo Sileri sta peraltro perseguendo con un proposta di legge.

“La mancata aderenza terapeutica comporta conseguenze non solo in termini di salute dei pazienti, ma anche economiche: seguire in modo discontinuo o errato trattamenti salvavita o per malattie croniche, infatti, può causare complicanze e quindi accessi all’assistenza ospedaliera inopportuni e soprattutto evitabili. È fondamentale perciò trasferire al paziente e ai suoi caregivers l’adeguata conoscenza sulle terapie a cui è sottoposto. La comunicazione medico-paziente” ha concluso Sileri “è un momento fondamentale della pratica clinica e in questo tutti gli operatori sanitari sono chiamati a giocare un ruolo centrale e continuo”.

“La scarsa o non corretta aderenza terapeutica è un grande e sottovalutato problema che da troppi anni affligge la popolazione nel nostro Paese”  ha affermato Mauro Boldrini, vicepresidente del Ciat. “Le innumerevoli difficoltà indotte dal Covid-19, al nostro sistema sanitario nazionale, rischiano di monopolizzare l’attenzione delle istituzioni e dei medici. Esistono invece molte altre patologie altrettanto pericolose e che continuano a interessare milioni di uomini e donne. È necessario favorire nuove forme di controllo e d’assistenza sfruttando, per esempio, le grandi potenzialità offerte dalla telemedicina”.

Roberto Messina, presidente di Senior Italia FederAnziani, ha voluto ricordare come il problema sia particolarmente rilevante nelle fasce di popolazione di età avanzata. Sottolineando come Covid abbia colpito soprattutto gli anziani (sono infatti oltre 109mila gli over 80 deceduti dall’inizio della pandemia a oggi). Messina ha anche evidenziato che le restrizioni dell’emergenza pandemica, unite alla paura di accedere alle strutture sanitarie e alla sospensione di molti esami e visite su tutto il territorio nazionale,  hanno ulteriormente aggravato negli over 65 il problema della scarsa aderenza alle terapie. “Già prima della pandemia in tutta Europa si registrano oltre 194mila decessi per la mancata somministrazione dei trattamenti” ha affermato Messina. “Non c’è quindi più tempo da perdere, se vogliamo fermare questo boom di decessi e vanno avviate campagne specifiche per ribadire l’ assoluta necessità di proseguire con le cure in questo difficile momento storico”.

Il grave problema rappresentato dalla mancata aderenza alle cure sono le malattie cardiovascolari, che in Italia continuano a rappresentare la prima causa di mortalità, con più di 220.000 decessi di cui ben il 90% tra uomini e donne con più di 65 anni. Pur nella consapevolezza che uno dei maggiori fattori di rischio delle patologie cardiache è l’ipertensione arteriosa, che colpisce fino al 60% dei nostri pazienti con più di 75 anni, un paziente su tre non assume cure per questa condizione, oppure la tratta in modo inadeguato.  “Eppure si tratta di un problema che può essere tenuto sotto controllo attraverso la somministrazione di farmaci che solitamente sono ben tollerati” ha spiegato Giovambattista Desideri, direttore della cattedra di geriatria dell’Università de l’Aquila. “Un paziente su tre, però, non riceve o comunque non assume correttamente le cure con gravi conseguenze sulla salute sia della singola persona che della collettività. L’ipertensione è diventata quindi una patologia emblematica dell’enorme impatto clinico ma anche sociale rappresentato della scarsa aderenza terapeutica. Come suggeriscono tutte le linee guida internazionali la semplificazione delle modalità di assunzione dei trattamenti può favorire l’aderenza, soprattutto nell’anziano. Ciò non toglie che sia necessario anche una maggiore attenzione su questo tema”.

“Le malattie croniche interessano in totale oltre 14 milioni di uomini e donne in Italia” ha aggiunto Antonio Magi, segretario generale del Sumai, il  Sindacato unico medicina ambulatoriale italiana). “Gli over 65 rappresentano più della metà di questi pazienti ma le patologie possono colpire a qualsiasi fascia d’età. Spesso e volentieri riguardano anche gli adolescenti o addirittura i bambini. Quindi il problema della mancata aderenza investe a 360 gradi l’intera società e determina costi diretti e indiretti per tutto Paese”.

“Favorire l’aderenza alle cure, e al tempo stesso le diagnosi precoci, ci permetterebbe di risparmiare ogni anno fino a 19 miliardi di euro” ha concluso Magi.  “Sono risorse importanti che potrebbero essere reinvestite in altri settori strategici del nostro sistema sanitario nazionale. Va fatta cultura anche tra i medici perché devono impegnarsi maggiormente per la sensibilizzazione verso questo tema”.


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L’Aifa ha registrato di recente un preoccupante incremento delle segnalazioni ricevute da cittadini, associazioni e aziende relative a casi di prodotti acquistati da canali non autorizzati, risultati falsificati, vale a dire copie di prodotti originali, o illegali in quanto privi di autorizzazioni alla commercializzazione e/o all’importazione.

La circostanza ha spinto l’agenzia regolatoria nazionale a richiamare l’attenzione dell’opinione pubblica, e in particolare dei consumatori e delle loro associazioni dei consumatori,  sui rischi legati all’acquisto di farmaci da canali web non autorizzati, diramando un’apposita nota.

Nella lettera, Aifa riporta un nutrito elenco di prodotti ai quali fare attenzione, soprattutto se presentati e venduti online come “offerte imperdibili”. I farmaci segnalati dall’agenzia spaziano dai rimedi anticellulite fino ai farmaci contro le disfunzioni erettili, arrivando fino a medicinali spacciati come presunte cure contro Covid.

“Tra i casi più recenti”  si legge nel comunicato dell’Aifa “rientra quanto segnalato dalla Società Italo Britannica L. Manetti H. Roberts & C. relativamente alla falsificazione del farmaco di cui è titolare dell’Aic, Somatoline 0.1%+0.3% emulsione cutanea, contenente levotiroxina (mg 100) ed escina (mg 300), un preparato dermatologico con attività anticellulite utilizzato per stati di adiposità localizzata accompagnati da cellulite”.

Non meraviglia che un prodotto così noto e popolare sia stato preso di mira dai criminali del falso, ma come riconoscere quello contraffatto dall’originale? Aifa informa che diverse segnalazioni fanno riferimento al “diverso aspetto in cui si presentava la crema rispetto all’abituale”. Ma, ancora prima, bisogna vedere da chi sono venduti questi farmaci. Nel caso di specie, Aifa ha osservato che i prodotti fake erano stati tutti venduti attraverso la piattaforma eBay da account privati non riconducibili a farmacie autorizzate.

Un altro caso riguarda le segnalazioni relative alla “pillola dell’amore” di Eli Lilly, ovvero il  Cialis, medicinale a base di tadalafil che appartiene alla classe dei medicinali denominati inibitori della fosfodiesterasi di tipo 5, indicato nel trattamento delle disfunzioni erettili. Aifa elenca i lotti di prodotti contraffatti individuati: AC 075060, AC 066018, 05668, 0654498 & 0698335, C77709, C209327B & C209327, C0320K, C389219 (associato alla data di scadenza 05/2022, non autentica), D019087 (associato alla data di scadenza 17 06 2023, non autentica), C777059 (associato alla data di scadenza 22 12 2022, non autentica), C964475 con scadenza 14.05.2021 (in questo caso il lotto e la scadenza sono originali, ma associati a prodotti falsificati) D089995 con scadenza 23.02.2021 (anche in questo caso lotto e scadenza sono autentici, ma associati a prodotti contraffatti).

L’Aifa ribadisce la raccomandazione di sempre:  l’acquisto online di questi medicinali va effettuato esclusivamente “attraverso i canali autorizzati che espongano il logo comune”.

L’ultimo warning riguarda l’ultima frontiera delle sempre pericolosissime bufale farmaceutiche on line, ovvero  le offerte online “di vaccini anti Covid-19 illegali e privi di qualunque garanzia rispetto a qualità, efficacia e sicurezza e, dunque, potenzialmente molto pericolosi”. Offerte dalle quali non bisogna lasciarsi irretire e che, semmai, vanno segnalate alla autorità sanitarie competenti o alla polizia postale.


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Il verdetto dopo averne testate più di 800 titpi in un anno. “Al momento una mascherina lavabile sicura non esiste”, sottolineano i ricercatori che aggiungono bisogna “smettere di usare le mascherine fai-da-te che hanno un livello di protezione nullo”

Il laboratorio messo in piedi agli esordi della pandemia dall’Università di Bologna per verificare l’efficacia delle mascherine in circolazione ne ha testate più di 800 in un anno. E “non abbiamo mai trovato una mascherina lavabile che fosse certificabile“, testimonia la responsabile del laboratorio, Cristiana Boi, docente di ingegneria civile e dei materiali.

“Al momento una mascherina lavabile sicura non esiste“, insiste Boi che aggiunge bisogna “smettere di usare le mascherine fai-da-te che hanno un livello di protezione nullo… ho qualcosa sulla faccia ma è come se non avessi nulla”.

“Se poteva essere giustificato agli albori pandemia, oggi non è più giustificato: c’è l’evidenza che mascherine fai-da-te non proteggono e ora le mascherine sono largamente disponibili“, conclude Francesco Violante, docente dell’Alma Mater e direttore della Medicina del lavoro del Policlinico Sant’Orsola di Bologna.


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Il paziente durante tutta l’operazione durata circa tre ore, ha potuto assistere alle varie fasi dell’intervento. Non poteva essere operato in anestesia totale per dei gravissimi problemi respiratori ed è stato così sottoposto ad anestesia periferica che ha permesso il controllo del dolore e del movimento durante tutto l’intervento in respiro spontaneo.

Per la prima volta al mondo un epatocarcinoma, tumore epatico maligno, è stato asportato per via robotica da un paziente sveglio. L’intervento è stato effettuato nell’ospedale Miulli di Acquaviva delle Fonti (Bari).

Il paziente non poteva essere operato in anestesia totale per dei gravissimi problemi respiratori ed è stato così sottoposto ad anestesia periferica che ha permesso il controllo del dolore e del movimento durante tutto l’intervento in respiro spontaneo.

“La scelta di svolgere l’intervento chirurgico per via robotica è stata fatta per poter utilizzare la tecnologia più all’avanguardia e ridurre al minimo i rischi di complicanze durante l’intervento chirurgico. Abbiamo infatti utilizzato la visione tridimensionale, la fluorescenza e le ricostruzioni tridimensionali per guidare la resezione chirurgica”, spiega Riccardo Memeo, direttore della Uoc di Chirurgia epatobiliopancreatica che ha condotto l’intervento con Valentina Ferraro e Carlo Alberto Schena.

Il paziente, sveglio durante tutta l’operazione durata circa tre ore, ha potuto assistere alle varie fasi dell’intervento, permettendo una regolazione continua dell’anestesia per ottimizzare la sua collaborazione durante tutte le fasi della procedura. Grazie a protocolli di riabilitazione postoperatoria messi in atto dagli infermieri del reparto di chirurgia, il paziente è rientrato a domicilio in perfette condizioni generali a 72 ore dall’intervento chirurgico.


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In Italia mai ad un’età così avanzata: un record. Una storia fatta di generosità e di amore. Mai nessuno prima in Italia aveva donato all’età di 82 anni un rene per salvare il proprio figlio.

L’11 marzo 2021 si è celebrata la Giornata mondiale del rene ed in questa occasione ogni anno si accendono i riflettori sulle malattie renali e sulle tante persone che ne soffrono. Alcune di queste hanno completamente perso la funzione dei reni o la stanno per perdere. E questa è appunto la storia di un paziente che dopo lunghi anni di una glomerulonefrite in lento ma progressivo peggioramento è arrivato sulla soglia della dialisi. Ha 53 anni, una famiglia, una vita normale con un lavoro, ma le cose stavano per complicarsi: il 53enne era in lista per un trapianto di rene ma l’attesa poteva durare anni. Ma non si è fatto i conti con una delle più irriducibili forze in natura: l’amore di un genitore e la sua protezione verso i figli. Infatti il padre, determinatissimo, si propone per la donazione.

È una situazione in realtà ormai abituale in Italia. Ma in questa circostanza il padre ha 82 anni, e, nonostante la perfetta forma, è un’età che sicuramente induce più di una riflessione. Un paio di telefonate tra nefrologi, ed il paziente con il padre, provenienti da un’altra regione del Nord Italia, vengono indirizzati a Torino all’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino, al Centro trapianti renali con la più grande esperienza in Italia ed in particolare esperienza di trapianti renali “difficili”.

Nell’arco di un mese, padre e figlio vengono ricoverati in Nefrologia per la gestione nefrologica del trapianto, che viene rapidamente effettuato con l’équipe di chirurghi vascolari, urologi e anestesisti.

L’intervento ed il post operatorio sono regolari e padre e figlio sono già a casa, stanno bene ed hanno ripreso la loro vita abituale. Così il meraviglioso dono del padre ha potuto concretizzarsi, evitando al figlio l’entrata in dialisi, nella piena salvaguardia di entrambi. In questo caso organizzazione ed esperienza hanno permesso di realizzare quello che amore e generosità fortemente desideravano.

“Il trapianto da donatore vivente negli ultimi anni è in crescita anche nel nostro Paese, nella direzione dei Paesi del nord Europa – spiega il professor Biancone – . L’esperienza aumenta conseguentemente. E nelle situazioni giudicate difficili conviene rivolgersi ai centri esperti per avere un parere. La tutela del donatore è il nostro primo pensiero e per questo viene sottoposto ad una serie di esami e valutazioni molto attente per permettergli di donare con minimi rischi. Per quanto riguarda l’età del donatore non vi è un limite, ma il dato anagrafico va rapportato con i dati clinici, morfologici e funzionali che possono segnalare un’età biologica più bassa”.


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Due truffe scoperte dai NAS evidenziano come sia indispensabile attenzione e cautela nell’acquisto di integratori e farmaci, e quanto sia necessario rivolgersi a professionisti della salute.

I Carabinieri del NAS di Pescara sono intervenuti presso un magazzino di una ditta di farmaci in Provincia di Teramo accertando la presenza di oltre 26 mila confezioni di integratori alimentari di lattoferrina fatti produrre da terzi con il proprio marchio e aventi al loro interno il foglietto illustrativo con informazioni difformi da quelle riportate nell’etichetta notificata al ministero della Salute.

Infatti i militari si sono resi conto che il prodotto vantava l’attribuzione di proprietà di prevenzione e cura non consentite per gli integratori alimentari in quanto alimenti. Infatti il foglietto illustrativo consigliava l’assunzione di dosi giornaliere di lattoferrina – fino a 1000 mg – molto superiore al limite consentito dalle linee guida ministeriali che ammettono invece un massimo di 200 mg.

Tutto il quantitativo rinvenuto è stato sottoposto a sequestro amministrativo per un valore complessivo di circa 700mila euro. Proseguono le indagini del Nas per rintracciare ulteriori confezioni già commercializzate in ambito nazionale. Il responsabile è stato segnalato alle autorità sanitaria e amministrativa.

Il Reparto operativo – Sezione analisi dei Carabinieri del Nas, nella continua attività di monitoraggio del web per i contrasto alle nuove sostanze psicoattive e al cybercrime farmaceutico, ha individuato una piattaforma di e-commerce, allocata su server estero, che promuoveva la vendita di vaccini per Covid-19, attività vietata ai sensi delle norme vigenti nel nostro Paese, che impediscono la vendita online di farmaci soggetti a prescrizione medica, esitabili solo in farmacia da parte di un farmacista dietro presentazione della ricetta.

I militari hanno dato quindi esecuzione al provvedimento di inibizione all’accesso da parte degli utenti dal territorio italiano. Dall’inizio dell’emergenza dell’attuale pandemia i siti web oscurati dai Carabinieri del Nas ammontano a 242.


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Il rischio operatorio era troppo elevato a causa dei problemi respiratori della donna che, in passato, aveva sconfitto un brutto tumore grazie all’asportazione di un polmone. Il problema cruciale dell’intervento era riuscire ad ottenere un livello di anestesia periferica ottimale in modo che il paziente non solo non avvertisse dolore ma restasse sveglio ed immobile durante tutto l’intervento.

Per la prima volta al mondo un robot chirurgico ha asportato un tumore maligno al rene su una paziente sveglia, presso l’Urologia universitaria dell’ospedale Molinette della Città della Salute di Torino. A raccontare come sono andate le cose è una nota della Città della Salute.

“Una donna di 62 anni da tempo si portava dentro un dramma che sembrava non lasciarle via d’uscita: dopo aver sconfitto molti anni prima un brutto tumore grazie all’asportazione di un polmone, ora si trovava a convivere con una massa al rene che continuava a crescere e che non poteva essere asportata. Il rischio operatorio era troppo elevato a causa dei suoi problemi respiratori”.

“Ero già stata visitata in diversi centri di eccellenza italiani, dove mi avevano detto che l’unica terapia era l’asportazione della massa”, afferma la signora nella nota, “ma gli anestesisti mi prospettavano un rischio dell’80% di non risvegliarmi dall’intervento”. Presa dalla disperazione, la paziente si rivolge all’ospedale Molinette di Torino. Nel frattempo la massa renale era cresciuta in modo significativo negli ultimi mesi superando i 5 cm ed era molto profonda. L’intervento rivestiva ora un carattere di urgenza sia per il rischio di diffusione del tumore sia per l’impossibilità ad asportare solo la massa salvando il rene se fosse cresciuto ancora.

“Quando esaminai la documentazione, dissi subito alla paziente che il caso era oltremodo complesso poiché la chirurgia robotica, l’unica tecnologia che ci avrebbe permesso di asportare un tumore di quelle dimensioni in modo mini-invasivo salvando il rene, non era mai stata utilizzata in un paziente sveglio e pertanto non ero in grado di garantire la fattibilità dell’intervento”, dichiara il Professor Paolo Gontero (Direttore della Urologia universitaria dell’ospedale Molinette). “La scelta del sistema robotico Da Vinci era obbligata poiché non ritenevo sicuro dal punto di vista oncologico adottare la tecnica laparoscopica pura per il rischio di “diffondere” il tumore, trattandosi di una  “massa a contenuto liquido” in una paziente che rischiava di muoversi durante l’intervento. Per contro, la chirurgia “tradizionale” a cielo aperto esponeva ad un rischio troppo alto di complicanze”.

L’intervento è stato pianificato grazie all’attività di coordinamento effettuata dal dottor Roberto Balagna (Direttore dell’Anestesia Rianimazione ospedaliera dell’ospedale Molinette) e dal professor Luca Brazzi (Direttore dell’Anestesia Rianimazione universitaria Molinette). Il problema cruciale dell’intervento era riuscire ad ottenere un livello di anestesia periferica ottimale in modo che il paziente non solo non avvertisse dolore, ma restasse sveglio ed immobile durante tutto l’intervento. In caso contrario, i bracci di lavoro rigidi del sistema Da Vinci non avrebbero potuto operare in sicurezza. Il mancato raggiungimento di questi obiettivi avrebbe implicato pertanto la necessità di ricorrere ad una anestesia generale dalla quale la paziente avrebbe potuto non più risvegliarsi.

Quando è entrata in sala operatoria erano ad attenderla gli anestesisti dottor Fabio Gobbi e dottoressa Paola Rampa. Il dottor Gobbi, con una tecnica innovativa, ha praticato un “blocco anestetico spinale toracico continuo”, rendendo così la paziente “insensibile” nella zona del rene. L’intervento chirurgico è stato condotto dal Professor Paolo Gontero, mediante l’utilizzo di una tecnica retroperitoneoscopica con il robot Da Vinci Xi e l’utilizzo di 4 bracci operativi.

La paziente, vigile, ha potuto seguire le varie fasi dell’intervento che si è svolto in 2 ore di tempo robotico. Nonostante le dimensioni (che superavano i 5 cm) e la crescita in profondità della massa, grazie alla combinazione della tecnica robotica assistita con il sistema Da Vinci e di tecnologie innovative di ricostruzioni tridimensionali delle immagini che hanno guidato l’intervento, il tumore maligno è stato asportato completamente salvando il rene.

“E’ stata una grande emozione per tutti in sala operatoria quando, alla mia notifica della riuscita dell’intervento, la paziente (ancora attaccata ai bracci robotici) è scoppiata in un pianto di gioia dicendo “Grazie per avermi ridato una seconda vita”, afferma il professor Paolo Gontero, che conclude: “Grazie alla forza ed al coraggio di questa paziente ed alla collaborazione di un team di alta professionalità, abbiamo dimostrato per la prima volta al mondo la fattibilità dell’utilizzo della tecnologia robotica a paziente sveglio”.


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